Monologo a Garibaldi ( Caribardo )

scritto da ninuzzo
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Se andate alla Maddalena potrete parlare con Don Peppino Caribardo
- Nota dell'autore ninuzzo

Testo: Monologo a Garibaldi ( Caribardo )
di ninuzzo

Carissimo don Peppino, lasciamo stare i gradi militari, chè militare non sei più, anche se per me hai dieci stelle d'oro sul petto,
e passiamo al familiare " don ".
T'arricordi quando, qualche lustro fa, venni a trovarti alla Caprera ?
Ammirato rimasi di come la trasfosmasti in un piccolo Paradiso. Nella grande tua " Casa Bianca " mi colpirono
lo scaldabagno a legna e la " carrozzella " sulla quale ti obbligò il projetto in Aspromonte. Una carriola, più
che una carrozzella, ma ti permetteva di moverti forse anche fino alla diga che costruisti per raccogliere la pioggia.
Rammento che i pietosi curatori delle Casa l'aveano posta innanzi alla finestra che ti permetteva di ammirare l'adorato mare verso le Bocche di Bonifacio.
Rammento le lance a remi e vela che ancora ivi son rimessate.
Ma più di tutto ricordo il picciol cimitero che dietro alla gran casa volesti edificare. Tra i pini, il mirto e tutte le altre 
piante della macchia della Caprera.
Non potrò mai scordare il tuo sepolcro: un enorme  blocco di pietra con sul fronte, solo inciso: GARIBALDI, a caratteri lapidari romani.
Null'altro, un c'è bisogno d'altro per te. Ne' nascita nè morte perchè sei sempre vivo agli italiani e non solo.
Era una bellissima jurnata, come spesso accade in quell'arcipelago benedetto.
Tra la vegetazione filtrava il sole disturbato dalla brezza che tutto accarezzava. Ed il sole, or si posava sul tuo sepolcro or su quello dei tuoi cari: la figlia Anita, la tua seconda moglie, il figlio marinaio................ .
Sarà stato perchè, anche per me, eri stato mitizzato,  che per tutto lo tempo rimasi muto col brivido sulla schiena e con la 
pelle d'oca e col nodo alla gola. Eppure era passato molto più d'un secolo dalla tua scomparsa dal mondo dei vivi.
Mentre sentivo echeggiare il nitrito della Marsala, sotto un pino centenario, sorretto, sotto un ramo, da un pilastro in mattoni, 
immaginai il tuo viaggio per Marsala e Salemi, lo sbarco, la risalita della Sicilia coi popoli festanti ed i picciotti che, a mille a mille, diventavano Caribardini. Il resto è Storia. C'era una pace irreale in quell'angolo di Paradiso con l'eco lontana delle cannonate e delle carabine. Era la tua  pace.
Ma è sulla traversata della Sicilia che mi voglio soffermare ora che, tornato per farti visita, ho trovato chiusa la " Casa Bianca " per festività. Così  son venuto a parlarti su questa panchina, dove, col bastone ed il cappello appoggiato tra le gambe, intrattieni turisti ed isolani alla Maddalena.
Le ragioni militari e dello Stato di Vittorio il Savoiardo pretendevano che ovunque tu conquistassi,  bisognava imporre la Dittatura come era stato proclamato a Salemi. 
E questo lo comprendiamo anche noi non avvezzi alla Ragion di Stato.
Senza una ferrea disciplina la situazione poteva scappare di mano.
Così avvenne.
A Bronte,  sulle pendici nord della Muntagna, oggi celebre per i pistacchi più buoni del munno, ci fu una ribellione. Non contro di te. E lo sapevi bene.
Era contro i latifondisti della Ducesia di Nelson, gli eredi di quello di Trafalgar. I viddani che già non ce la facevano a stare in piedi col misero salario che buscavano, trovarono la forza di arribbellarsi a secoli di vessazioni, qualunque fosse il padrone,  quanno videro il cambiamento in atto. 
Ci furono morti anche tra i ricconi.
Era necessario ristabilire l'ordine e mandasti il Grande Nino per assistemare la situazione.
Il Grande Nino prese i caporioni e li fucilò come esempio per tutti, dopo un processo marziale e sommario.
Nel mazzo ci finì un poveretto povero d'intelletto che ora vola su queste albe Ale, più di tutti vola. Nuddu più fiatò.
Più tardi, come certificato dal grande Lampedusa per bocca del giovane Tancredi " se vogliamo che tutto rimanga com'è bisogna che tutto cambi "; i viddani, dopo il cambiamento, prima angariati da Franceschiello, furono angariati dai Savojardi.
Ma torniamo a Bronte caro don Peppino.
Fu veramente necessario trucidare i viddani che già ti stavano dando i loro picciotti? Che erano gli ultimi tra gli ultimi? Picchì preferisti difendere gli inglesi? lo comandò Vittorio? Ti nn'havivi a futtiri!
Prima gli ultimi. I viddani agirono per legittima difesa.
Perchè non suggeristi a Nino di essere prudente? Iu ca sugnu Ninuzzu sono sicuro che tutto si sarebbe potuto appianare con un poco più di tempo ma senza morti in più tra i viddani.
Seppi di questa strage da un film, sai, una di quelle cose che furono inventate poco dopo la tua scomparsa. Ogni film con le tue gesta era per i picciriddi una gran festa. Durante un film,  proiettato a scola, scoppiò l'applauso, caro don Peppino, dopo una carica a piedi ed in salita con la trombetta che sonava sempre mentre passava da caduto in caduto . Minchia Generale! eri entrato nella palestra in cinema cangiata. Eri tra i picciriddi ed i picciutteddi tutti addiventati Caribardini. Che emozzione!
" Bronte, cronaca di un massacro ", di Florestano Vancini, mi aprì gli occhi ingenui da bimbo Caribardino. Non fu una scampagnata, neanche per quelli che non si unirono alle tue camicie rosse.
Ora, caro don Peppino, devo andare,  con un altro nodo in gola. Sempre sarai mio Eroe, ma un poco di meno. 



 


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